Mario Bracci

Mario Bracci (Siena, 1900-1959) è stato uno dei più importanti giuristi italiani del Novecento. Docente di diritto costituzionale da giovane vincitore di cattedra a Sassari, poi per un’intera vita di diritto amministrativo a Siena (università della quale fu anche più tardi rettore), scrisse opere rilevanti, tra le quali si cita qui solo la prima, importante monografia sull’Atto complesso in diritto amministrativo del 1927. Caduto il fascismo, aderì nel 1944 al Partito d’azione, facendo parte della Consulta nazionale e poi del primo dei governi De Gasperi (1945-46), del quale fu ministro del Commercio con l’estero. Nel periodo del referendum istituzionale concorse fattivamente con il suo consiglio giuridico a sciogliere il nodo della transizione attraverso la soluzione di conferire al presidente del Consiglio in carica (De Gasperi) l’esercizio delle funzioni del presidente della Repubblica (che doveva ancora essere eletto). Scioltosi nel 1947 il Partito d’azione, aderì al Partito socialista. Nel 1955 fu eletto dal Parlamento membro della Corte costituzionale appena formata (tra l’altro si deve a lui la foggia “alla senese” della toga che ancora oggi indossano i giudici della Corte). In questo brano, tratto da una risposta alle domande proposte dalla rivista di Piero Calamandrei “Il Ponte”, si affronta tra le altre cose il tema – non nuovo – del formalismo dei controlli in capo alla Ragioneria generale dello Stato.

Nato a Siena il 12 febbraio 1900, deceduto a Siena il 15 maggio 1959, giurista, esponente del Partito d’Azione.

Repubblicano, antifascista, (nel 1925 era stato tra i firmatari del “manifesto” di Croce contro il fascismo). Membro del PdA clandestino, Mario Bracci era stato professore di diritto amministrativo nell’Ateneo di Sassari, prima di passare ad insegnare all’Università di Siena di cui, poco dopo la liberazione della città, fu nominato rettore. 
Membro della Consulta nazionale nel 1945, il professor Bracci fu ministro del Commercio estero nel primo Governo De Gasperi e nel 1946 fu nominato ambasciatore straordinario in Uruguay. 
Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, Bracci aderì al PSI e per i socialisti fu eletto consigliere comunale a Siena, dove ha fatto parte anche dell’Accademia degli Intronati.
Dal 1955 sino alla morte è stato giudice costituzionale. Sulla sua figura a Siena (che gli ha intitolato un viale), nel centenario della nascita si è svolto un convegno i cui atti, curati da Antonio Cardini e Giovanni Grottanelli de’ Santi, sono stati pubblicati dalle “Edizioni Il Mulino”.

Giurista e uomo politico. 

N. Siena, 12/2/1900 – m. Siena, 15/5/1959

Non siamo in errore definendo il Bracci come una delle personalità di maggior spicco del dopoguerra a Siena, nonché come uno dei massimi punti di riferimento per tutta la cultura laica italiana. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Siena, il Bracci segui un corso di perfezionamento in Germania. Ottenuta la libera docenza, passò ad insegnare nell’Università della sua città (1927), che lo ebbe fra i suoi più illustri maestri di sempre. In questo Ateneo egli tenne la cattedra di Diritto Amministrativo dal 1928 al 1955, ma insegnò anche Diritto Ecclesiastico, Diritto Agrario, Diritto Internazionale, Istituzioni di Diritto Pubblico e Scienza delle Finanze, e trovò anche il tempo di insegnare presso l’Università di Sassari. In campo politico, fu esponente di primo ordine del Partito d’Azione e poi del Partito Socialista Italiano.

Dopo essere stato giudice effettivo dell’Alta Corte della Regione Siciliana, il Bracci fu Ministro del Commercio con l’Estero durante il primo gabinetto De Gasperi (1945-46), quindi Ambasciatore straordinario in Uruguay (1947); fu anche Giudice Costituzionale (1955). Tuttavia, non trascuro mai l’Università senese, di cui fu anche Magnifico Rettore dal 1945, cercando continuamente di dotarla di nuove facolta e di perfezionarne le strutture didattiche e amministrative; istituì anche il Collegio, ancora oggi fiorentissimo, che porta il suo nome, e che ha sede nell’antica Certosa di Pontignano.

Se fu socialista e laico, il Bracci, non fu certo ignaro della lezione cristiana, e fu prima di tutto uomo coerente e aperto al dialogo, interiormente convinto del fondamento morale della politica; fu testimone integerrimo e sincere di una cultura umanistico-giuridica molto presente in Toscana, che ebbe in Calamandrei il suo personaggio più significativo.

Il suo umanesimo, vivo e appassionato, rivela una chiara matrice mazziniana, e lo porta a prendere le mosse, nelle analisi come nelle proposte politiche, sempre e comunque dal popolo, considerato come il soggetto fondamentale della storia sociale, corpo dotato di una sua logica, e, in un certo senso, di una sua autonomia decisionale; in questa luce, il fascismo non poteva essere considerato come il prodotto di una minoranza prepotente e profittatrice, bensì come conseguenza di un intero popolo, che non era riuscito ad esprimere unitariamente la sua vera volonta e a far valere la sua forza. Con la Resistenza, determinata quanto spontanea, questo popolo si riscatta e diviene degno di costituire un nuovo tipo di Stato e di società.

Tra le principali opere del Bracci, citiamo: «Le pensioni di guerra» (Roma, 1925); «L’atto complesso» (Siena, 1926); «Ordine pubblico e interesse pubblico nel diritto di famiglia» (Siena, 1926); «Italia, S. Sede e Città del Vaticano» (Padova, 1931); «Le questioni e i conflitti di giurisdizione e di attribuzione del nuovo codice di procedura civile» (Padova, 1942).

Vogliamo infine accennare alla concezione del Bracci per la sua città, che fu tutt’altro che provinciale; in Siena egli intravedeva la grande storia e si servi spesso di esempi tratti dalle antiche vicende della città per sostenere e avvalorare tesi di moderna attualità. E’ particolarmente significativo ricordare un suo discorso tenuto a Montalcino, in occasione di una commemorazione del celebre assedio eroicamente sostenuto dalla cittadina fedelissima a Siena, che dovette capitolare nel 1559, di fronte alle preponderanti forze imperiali-medicee. Il Bracci tenne a sottolineare in quella eroica, disperata difesa dei soldati e cittadini senesi di allora, il «bisogno istintivo di salvare la personalità propria, che nei momenti decisivi si libera da ogni peso d’interessi materiali e da ogni calcolo di convenienza politica».

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