Benedetto di Bindo, « Giuda vien presentato a Elena che minaccia gli Ebrei di sottoporli alla prova del fuoco »

Benedetto di Bindo (Sienne, documenté de 1389 à 1417)

Giuda vien presentato a Elena che minaccia gli Ebrei di sottoporli alla prova del fuoco (Judas est présenté à Hélène qui menace les Hébreux de le soumettre à l’épreuve du feu), 1412.

Tempera et or sur panneaux.

Provenance : Sacristie de la Cathédrale, Sienne. 

Sienne, Museo dell’Opera del Duomo.

Terrorisés par les paroles formulées par la souveraine qui les menace de les soumettre au supplice de l’épreuve du feu, les hébreux lui présentent Judas afin qu’elle puisse l’interroger. Le feu que l’on voit au pied du trône de l’impératrice est déjà suffisamment ardent pour remplir l’office dont Hélène les a menacés, et que l’homme porteur d’un sceptre leur indique d’un geste de la main propre à confirmer que la menace n’a pas été une pure hypothèse.

Carte postale ancienne.

Il secondo episodio ci mostra gli stessi savi ed anziani dinanzi ad Elena, a presentare a lei Giuda come il solo capace di darle la desiderata indicazione; a ciò gli aveva indotti il timore del supplizio del fuoco

da lei minacciato, ove tutti si chiudessero in un odioso riserbo.

Nel terzo, in

alto accanto al primo, si vede seduta in maestà imperiale Elena tra due maggiorenti nell’atrio di un bel palazzo dalle finestre bifore. Exsa, che in pena del rifinto ha inflitto a Giuda la condanna d’ esser calato in una eisterna vuota, che si apre lì dinanzi, assiste alla esecuzione, fatta per mano di littori, il eni capo li comanda imbracciando lo seudo con la sigla S. P. Q. R. Il lungo digiuno di

sei giorni, al quale la chiusura in quel pozzo aveva costretto il vecchio Giuda, lo piegò a scioglier la lingua: ed ecco, dietro ai suoi suggerimenti, alla presenza di una turba di gente si seava il terreno donde apparisee la croce. Grazioso è lo sfondo architettonico della scena, che riproduce nu caratteristico canto di città medioevale con palazzo e loggetta dove si veggono aflacciarsi le genti a senriosirsi.
Passando all’altro sportello segue, nella quinta rappresentazione, la più moxsa e copiosa scena di quante sono. Le croci trovate sono tre, essendo state sepolte con quella di Gesù anche le due dei ladroni: come riconoscere quella del Signore! La fede dei cristiani presenti non exita punto. Un giovane morto vien portato alla sepoltura; si ferma per la strada il corteo, la folla si assiepa intorno al feretro, si applicano al cadavere ciasenna delle croci; al torco di una il morto risorge: ecco, la croce di Cristo. La turba è commossa profondamente; Giuda rimane stupito, il padre del giovane levatosi a seder sulla bara, slanciasi ad abbracciarlo ; è il trionfo della croce e della fede dei credenti nella sua vittoria. Allora il vecchio israelita, tenace della sua tradizione contraria al Cristo, si sente cangiato nell’animo e vuol presentarla lui alla Imperatrice l’adorabile croce; ed eccolo con la croce appoggiata alla spalla inginocchiato innanzi a lei, che dal trono le fa co’ suoi cortigiani reverenza; e dietro altri anziani per bocea di uno dalla bella faccia barbuta di sapore veramente semitico rivolgono alla imperial donna acconce parole. Dopo ciò la storia, con un salto di lunghi anni, ci conduce al momento che l’imperatore Eraclio, vittorioso dei Persiani, ripiglia da Cosroe loro re la vera croce e in solenne cavalcata, imperialmente vestito, con un seguito preceduto dal patriarca e da due altri prelati, la vuol riportare in Gerusalemme. Ma nell’atto di spingere il cavallo dentro la porta della città, questa sparisce, diventata muro, nel merlato torrione; ed un angelo dall’alto ferma l’imperatore esclamando: huc, unde Il. Ch. ad paxxionem egresxas est, cum hamilitate et mansuetudine. Questo è il soggetto della settima storia, che nell’ottava compie mostrandoci l’ingresso di Eraclio, a piè nudi, coperto di sola camicia, tratto con la corda al collo da due altri dinanzi in camicia, e seguito da un coro di monaci salmodianti ; una turba di cittadini si fa incontro festante e commossa alla porta (17). Questi due quadri, col medesimo soggetto, trattato in diversa guisa, agevolano sensibilmente l’analisi dell’arte lorenzettiana, che anche nella sola figura dell’ imperatore, pomposamente eretto sul suo bianco palafreno, e poi umilmente chino sotto il peso del suero tronco che porta procedendo scalzo, è mirabile.

Sommi veramente per il tempo loro, furono i due Lorenzetti nella prospettiva e nel nudo, che poche volte nella prima metà del trecento vedesi trattato con tale morbidezza di linea e di colore.

Troppo presto veramente aveva assicurato Domenico d’Agostino capomaestro del duomo che tra cinque anni i lavori sarebbero stati tiniti: e l’ebbe a sperimentare da sè, quando fu ripresa da lui, con maggiore intonazione di magniti cenza, fattavi riflettere dall’opera di maestro Lando, la fabbrica già principiata da Camaino, L’ardore onde si mise al lavoro, non appena la deliberazione del pubblico lo ebbe approvato, fu certo tale da farcene tener sincera la persuasione di condurre sollecitamente a fine la fabbrica.

I libri infatti dell’ Entrata e dell’Uscita dell’Opera del Duomo, che di quegli anni ei sono rimasti, offrono modo di richiamar come in atto davanti agli occhi nostri l’infaticabile energia di questo maestro, il quale terrà per anni ed anni in attività feconda una moltitudine di scalpelli, che sotto le mani di abili maestri spanderanno scintille di bellezza a brillar come stelle da ogni angolo dell’ opera sua architettonica. E qui debbo dire che vanno anticipati al 1335 i documenti dell’abbandono del duomo novo, dal Milanesi posti con dubbio al 1356, poiche i libri indicati ei mostrano fin da quell’anno al comando di maestro Agostino gli scultori Domenico di Vanni, Francesco Gori, Guidoccio di Salvi, Mino Turini, Agnolino di Vanni, lacomo Brunaccioli e Giovanni Dini affaticati nella taglia dell’Opera a lavorar marmi in dritto, bianchi e neri ed altri d’ugual colore in tondo per le more; e poi cimase andanti, cornici andanti con dentelli come quelle della nave abbandonata, cornici sfogliate a scardiccioni, cor-

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