Sano di Pietro, « San Cristoforo »

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Sano di Pietro (Sienne, 1405/10 – 1481)

San Cristoforo (Saint Christophe),

Tempéra sur panneau,

Provenance : Église de San Cristoforo, Sienne.

Sienne, Museo Diocesano d’Arte Sacra.

«Per giudicarne bene converrebbe averla veduta prima che fosse rimossa dalla chiesa e quando era intiera; alcuni pezzi di essa si vedono ancora nel campanile, abbandonati al tarlo ed alla polvere». Così scrive nel 1835 Ettore Romagnoli nella Biografia cronologica de’ Bellartisti senesi dal secolo XII a tutto il XVIII nell’attribuire il frammento maggiore dell’opera (cm 140,5 x 123,5) conservata nella chiesa di San Cristoforo a Siena a Salvanello, un pittore della seconda metà del Duecento.

Già Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-1897), ipotizzandone l’autore in Giovanni di Paolo, trasferisce la tavola nel Quattrocento. Bernard Berenson (1865-1959) conviene sul secolo, ma non si decide quanto all’autore.

Alla fine dell’Ottocento, si racconta che la tavola fosse appesa in alto in un punto poco raggiunto dalla luce diurna che filtrava, per altro moderatamente, nella navata della chiesa; e, meno ancora, quella pittura veniva illuminata dalle rare candele accese dopo il tramonto. Attraeva tuttavia lo sguardo, lassù, con quel suo riverbero d’oro e quei contrasti di bianco e di rosso, di verde scuro e di antracite, che parevano messi ad arte affinché delle figure dipinte si percepisse, fin dai colori, una reciproca opposizione, un conflitto. E l’effetto era senz’altro raggiunto: su quella tavola il pittore era infatti incaricato di rappresentare il santo cavaliere Giorgio, il suo bianco cavallo e il feroce drago impegnati nella lotta suprema.

Nel 1904 quella tempera fu esposta alla Mostra dell’Arte Antica Senese dove fu possibile a Lucy May Olcott (1877-1922) esaminarla con agio e attentamente. Olcott si persuase che quello straordinario quadro si dovesse alla mano di Sano di Pietro (1406-1481), raffinato allievo del Sassetta, e ne motivò le ragioni in un articolo che apparve, quell’anno stesso, su «Rassegna d’Arte».

Attribuzione, che io sappia, da allora accolta. Sano di Pietro, « uno degli artisti più affascinanti e seducenti » scrive Olcott, che sa inverare il sentimento religioso trasponendolo in una « delicatezza di toni e di luci », in un altrove da raggiungere miracolosamente.

Come contemplare, allora, il San Giorgio di Sano? Come appropriarsi della luce che lo pervade e rendersi partecipi della delicatezza con la quale quella lotta, quell’uccisione del drago è posta innanzi a noi? Ti chiedi come entrare in sintonia con la preziosità e la leggerezza di questa immagine che narrano di gesti e luoghi per rarefazioni, per armoniche corrispondenze ed equilibri calibrati, e che congiungono mirabilmente in un’unica caleidoscopica figura i contorni riconoscibili del cavallo, del drago e del guerriero.

Ciascuno è rilevato nel suo castone ; ciascun protagonista è possesso e dominio del colore che lo distingue una volta per sempre.

Sono dunque le campiture cromatiche, perfetta ognuna entro i contorni che Sano delinea, che indicano il contegno che va da noi tenuto davanti a quest’opera per farla nostra. Mi limito al rosso. Conveniamo allora che ci lasciamo prendere e ci abbandoniamo ai sinuosi tragitti del colore rosso che campeggiano segnati in questa fatata pittura e, come fossimo tratti, per un incantesimo, a librarci aerei sostenuti da un tappeto volante, percorrerne con l’occhio, a volo d’uccello, le circonvoluzioni scarlatte. Esse prendono avvio, osserviamo, in alto, a sinistra, dove il rosso squillante tinge compatto i bastioni della città sulla collina.

Un laghetto vermiglio, una pozza che dall’altura discende in rivoli purpurei. Quei ruscelli si fanno, dapprima, le fauci che il drago tiene spalancate. Poi divengono il morso, le briglie, gli sgargianti finimenti con le borchie d’oro e la sella porporina, altrettanti rivoli che corrono, dalle froge frementi alla coda, lungo il possente corpo del candido destriero.

Ed ancora, tra le sue zampe anteriori, quello squillante colore scarlatto svetta in forma di nove lame lucenti, reiterato nel ventaglio di unghie aperte a tendere l’ala di pipistrello del dragone. C’è ferocia? Le cupe spire della coda del drago che si avvolgono al bianco garretto del destriero ne stritolano l’osso o si inanellano lentamente, con delicatezza? Come noi, fatti lenti e delicati nel nostro contemplare.

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