Duomo (Cattedrale di Santa Maria Assunta), Montepulciano

Cathédrale de Santa Maria Assunta.

Piazza Grande, Montepulciano.

Se rendre sur place :


La cathédrale a été construite entre 1594 et 1680, et solennellement consacrée en 1712. L’ancienne église paroissiale, dite pieve de Santa Maria, fut démolie à cet effet. Ses droits paroissiaux, acquis vers l’an 1000, provenaient d’une ancienne église située hors des murs du château, à l’emplacement où se trouve aujourd’hui le temple de San Biagio. Le projet fut confié à l’architecte d’Orvieto, Ippolito Scalza. [1]Ippolito Scalza (Orvieto, 1532 – 1617) : sculpteur et architecte issu d’une famille active dans le monde artistique (ses deux frères étaient également architectes, sculpteurs et mosaïstes). Sa première mention remonte à 1554, alors qu’il assistait Simone Mosca et Raffaello da Montelupo lors des travaux de la cathédrale d’Orvieto. En 1567, il fut promu maître … Poursuivre De l’ancienne église paroissiale, seul subsiste le clocher massif en pierres de taille et briques de travertin, construit au troisième quart du XVe siècle par Iacomo et Checco di Meo da Settignano. [2]Excepté une « tamburazione » (*) concernant Iacomo (**), reflet d’une anecdote qui renseigne bien peu sur ses activités artistiques, on ne trouve que de rares documents sur lui et son frère Checco (****), tous deux constructeurs et fils de Meo da Settignano (***). (*) « Tamburazione » : ce mot étrange et volontairement « pudique » qualifiait le geste consistant … Poursuivre Le sommet, caractérisé par ses fenêtres à meneaux élancées, ne fut jamais achevé. La façade, encore en attente de son décor, subit le même sort, tandis que les flancs, revêtus d’un revêtement en briques et pierres de taille de travertin, sont ponctués de pilastres toscans à arcs en plein cintre.

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INTÉRIEUR DE L’ÉDIFICE

À l’intérieur, l’architecture, d’influence nettement florentine, est austère et élégante, grâce à la clarté des surfaces en plâtre alternant avec les murs en pierre de taille. Le plan en croix latine est divisé en trois nefs par des piliers massifs soutenant des arcs en plein cintre. Dans la nef, les transepts et l’abside, des entablements surélevés soutiennent une voûte en berceau ; à l’intersection des deux sections orthogonales, des pendentifs d’angle soutiennent le tambour sur lequel repose la coupole. Les nefs latérales sont couvertes de voûtes d’arêtes ; des chapelles voûtées en berceau s’ouvrent le long des murs à chaque travée. La chaire, soutenue par des colonnes ioniques, s’appuie contre un pilier à droite.

Les vastes espaces intérieurs de l’édifice contiennent un grand nombre d’œuvres d’art. Certaines proviennent de l’ancienne pieve (église paroissiale) et d’autres églises de Montepulciano. Parmi celles-ci, le triptyque monumental de l’Assomption (1), peint par Taddeo di Bartolo en 1401, domine le maître-autel ; la petite peinture sur bois du XVe siècle intitulée Madonna del Pilastro, copie de l’original réalisé par Sano di Pietro [3]L’original est conservé à la Pinacothèque Crociani. ; les fonts baptismaux du XIVe siècle (7) de Giovanni d’Agostino et l’autel des Lys (8) en terre cuite vernissée polychrome, réalisé vers 1512 par Andrea della Robbia, qui encadre un petit bas-relief en marbre du dernier quart du XVe siècle ; les statues en bois polychrome de l’Ange annonciateur et de la Vierge de l’Annonciation, œuvre de Francesco di Valdambrino (6) ; le panneau en bois du XVIe siècle représentant le Rédempteur de Bartolomeo Neroni dit Riccio ; la toile représentant Saint Sébastien, œuvre florentine du XVIIe siècle ; dans la chapelle du Sacrement, une toile peinte en 1830 par Luigi Ademollo (4). Le monument funéraire de Bartolomeo Aragazzi (2), datant du XVe siècle, fut réalisé par Michelozzo di Bartolomeo ; il est aujourd’hui divisé en sept fragments, murés à différents endroits : deux statues et la frise ornée de chérubins et de guirlandes se trouvent à côté et sur le maître-autel ; son démontage eut lieu au cours de la deuxième décennie du XVIIe siècle, lors de la transformation des autels et des chapelles ; au début du XIXe siècle, deux anges furent volés et sont aujourd’hui conservés au Victoria and Albert Museum (Londres) ; l’aménagement actuel remonte à 1815.

Prima Cappella di sinistra

Questa cappella, agli inizi della costruzione del duomo (1616), fu dedicata a S. Tommaso apostolo; era sotto il patronato della famiglia Bellarmini, come testimonia anche l’iscrizione sulla parete destra della cappella stessa. Nel 1816, per volere del vescovo Carletti, essa fu adattata a battistero, trasferendovi il fonte battesimale della vecchia pieve, prima sistemato in una cappella esterna, sul lato destro del duomo, oggi in disuso. Vi furono collocate anche le statue di S. Pietro e S. Giovanni Battista; questa seconda statua tiene fra le mani un cartiglio con l’iscrizione, in latino, che riproduciamo tradotta: «Io (sono) la voce di chi grida nel de(serto)». Sul fonte e sulle statue lo studio più recente è quello di Giorgia Scarpelli. Il fonte battesimale, in marmo, è opera dello scultore senese Giovanni d’Agostino, risale al sec. XIV; sul bordo, nella parte anteriore, è raffigurato il battesimo di Gesù; sul fusto sono raffigurati gli apostoli Pietro, Giovanni Evangelista e, sul retro, S. Giovanni Battista. Le due statue sono opera di un altro scultore della medesima famiglia senese, Domenico d’Agostino. Opera di questo scultore, secondo la Scarpelli, sarebbe anche la statua giacente di vescovo, collocata al lato destro della porta centrale; nell’iscrizione soprastante essa è indicata come simulacro del vescovo di Arezzo, Francesco Piendibeni, originario di Montepulciano, dove anche morì e fu sepolto. Se fosse di Domenico d’Agostino, sarebbe stata usata per il monumento del Piendibeni, morto nel 1433, una statua risalente al secolo precedente, collocata in origine nella vecchia pieve. Anche il Cristo in pietà fra due angeli, attualmente nella cappella del palazzo vescovile, è forse di un membro della famiglia, Agostino di Giovanni.

Nella cappella, ormai diventata battistero, fu collocato nel 1937 anche il bassorilievo in terracotta invetriata, detto Altare dei gigli, che ha avuto nei secoli varie collocazioni; ma era stato creato per il convento di Fontecastello, esistente fin dal 1481, secondo lo storico poliziano Parigi, ad oriente di Montepulciano e che successivamente era andato distrutto. Delle vicende di questo bassorilievo, di Andrea della Robbia, risalente ai primi anni del 1500, parla Antonio Sigillo; ricorda in particolare che fu commissionato dai “Signori Montepulcianesi” per il suddetto convento, forse anche per incorniciare, nella nicchia centrale, la Madonna con Bambino e angeli; comunque, almeno a partire dalla fine del sec. XVIII, la piccola opera vi era inclusa. Questo bassorilievo, detto Madonna di Pio II, fu forse donato al convento di Fontecastello dallo stesso Papa, poco dopo la metà del sec. XV: c’è alla base lo stemma del Piccolomini, sorretto da due putti. Nella lunetta soprastante dell’altare robbiano è rappresentata l’Annunciazione; ai lati della nicchia oggi vuota vi sono quattro santi: il primo da sinistra è identificabile con S. Stefano protomartire, di cui esisteva, ad occidente della città, in Canneto, una chiesa a lui dedicata e retta dai monaci dell’Abbadia San Salvatore; accanto c’è S. Domenico, riconoscibile dal sole in fronte: Fontecastello era infatti vicino alla chiesa domenicana di S. Agnese. Gli altri due santi a destra sono sicuramente francescani: S. Chiara e S. Bernardino da Siena, rappresentato talvolta anche con la croce, come qui, oltre che col monogramma IHS. Sarà utile sapere che il convento era stato affidato dal comune di Montepulciano ai francescani dell’Osservanza, di cui S. Bernardino era stato un forte promotore. Nella vetrata soprastante, disegnata dal senese Fiorenzo Ioni e realizzata a Siena nel 1962, in occasione del quarto centenario della diocesi di Montepulciano, per iniziativa del vescovo Emilio Giorgi, è raffigurato il beato poliziano Francesco Cervini.

Seconda Cappella di sinistra

Questa cappella è dedicata a S. Girolamo; fu acquistata dagli eredi di Monaldo Bellarmini, come confermato dallo stemma di famiglia – sei pigne a triangolo rovesciato – alla base delle due colonne. La tela dell’altare è stata recentemente attribuita, da Laura Martini, della Soprintendenza di Siena, al senese Annibale Mazzuoli.

In questa cappella è stata, da qualche anno, collocata la statua in legno di S. Roberto Bellarmino, di ignoto artigiano tirolese, trasferendola qui dalla cappella destra del transetto, dove impediva la visione della bella pittura, prima non più leggibile ma ultimamente (anno 2002) restaurata. La statua fu commissionata dal vescovo Emilio Giorgi, nel 1942-43, nell’ambito delle celebrazioni del 4° centenario della nascita del santo poliziano. La vetrata rappresenta il beato Matteo Benci ed è stata disegnata, come quelle delle altre cappelle, dal senese Fiorenzo Ioni, in occasione del 4° anniversario della fondazione della diocesi.

Terza Cappella di sinistra

Questa cappella è dedicata a S. Sebastiano; fu «acquistata» fin dal 1616 dalla famiglia Gagnoni, i cui stemmi si trovano alla base delle colonne dell’altare. Il Santo era venerato, insieme a S. Rocco, come protettore contro la peste. Il quadro dell’altare è attribuito al senese Vincenzo Rustici e risale agli anni 1618-20; altri l’attribuiscono a un Vanni. Nella parete destra fu collocata in seguito anche una tela raffigurante S. Cecilia, opera del pittore poliziano Bartolomeo Barbiani; è datata 1635. La vetrata è del senese Fiorenzo Ioni e rappresenta il beato Niccolò Alessi.

Quarta Cappella di sinistra

La cappella è dedicata a S. Caterina di Alessandria, qui vestita da principessa, legata e prossima alla morte per decapitazione; dall’alto un angelo le offre la palma del martirio. La cappella era sotto il patrocinio delle famiglie Cocconi e Mattioli. Alla base delle colonne dell’altare ci sono i loro due stemmi accoppiati, un montone e un caprone. La tela, secondo Martini, è da attribuire ad Annibale Mazzuoli, autore anche del bel quadro della cappella Parri, datato 1692. Nella vetrata, di Fiorenzo Ioni, è rappresentato il beato Bartolomeo Pucci Franceschi, poliziano.

La Madonna del Pilastro

Nel quarto pilastro, che divide la quarta dalla quinta cappella, è collocata una moderna riproduzione a tempera della Madonna del pilastro; è opera recente della pittrice A. Bagiardi Moroni; l’originale si trova al museo civico. La piccola, ma elegante pittura è di Sano di Pietro, buon pittore senese; una sua grande tavola – Madonna con Bambino e Santi – si trova nella cattedrale di Pienza (in ambedue il Bambino tiene in mano un uccellino). La  tempera risale presumibilmente al tempo in cui Pio II fece costruire la sua cattedrale, fra il 1459 e il 1463, mentre il poliziano Fabiano Benci era arciprete della pieve di Santa Maria. La tavola è contenuta in un elegante tabernacolo di gusto rinascimentale, con al centro un Cristo benedicente. Nel coronamento ci sono due stemmi; uno è del Benci: tre rose divise da una fascia trasversale.

Quinta Cappella di sinistra

La cappella è dedicata a S. Francesco Saverio e S. Michele arcangelo, sullo sfondo. Il santo gesuita porta una croce e vicino alla sua bocca c’è una scritta: «Passio Domini = passione del Signore». Il patrocinio è delle famiglie Cocconi e Avignonesi, i cui stemmi sono sulle basi delle colonne dell’altare. Martini attribuisce il quadro al senese Raffaello Vanni (1595-1673), pittore piuttosto famoso. Nella vetrata, ancora dello Ioni, è rappresentato il beato Filippo Avignonesi.

Sesta Cappella di sinistra: Cappella della Madonna di San Martino

La sesta cappella è dedicata alla Madonna di S. Martino, pittura parietale qui trasportata nel 1617, mentre si costruiva la prima navata della cattedrale. Riportiamo parte di un’iscrizione latina, esistente sulla parete sinistra: «Per i meriti di un prodigio / qui dalla rustica sede la pietà poliziana / trasferì la sacra immagine / nell’anno dell’era cristiana 1617». La data del prodigio viene fissata da A. Parigi a «circa il 1580». Il racconto in sintesi è questo: «All’oriente estivo di Montepulciano, lungo la via detta oggidì della querce, fu già sul muro di un rustico cancello una maestà ossia tabernacolo in cui eravi dipinta a fresco una immagine di nostra Donna col bambino Gesù in atto di abbracciare il Battista». Il racconto prosegue affermando che il cancello immetteva in alcuni terreni appartenenti all’ospedale di S. Martino, cosicché anche la Madonna era detta di “S. Martino”. Davanti a questa immagine giocava a pallamaglio, con alcuni compagni, un certo Vincenzo del Mincio; poiché perdeva al gioco si arrabbiò tanto da colpire col maglio la Vergine alla fronte, procurandole un livido visibile anche oggi; il giocatore, secondo il popolare racconto, fu colpito da «morbo apoplettico». Trattano del fatto anche le due iscrizioni sui due lati dell’altare della cappella. Altre due iscrizioni si trovano ai due lati dell’altare della settecentesca chiesa di S. Martino, sulla strada che conduce a Cervognano, affiancate da bassorilievi in stucco che illustrano il racconto. La fede popolare interpretò il fatto come miracoloso e l’immagine cominciò ad essere intensamente venerata. Allora il Comune chiese ed ottenne dal vescovo l’autorizzazione a trasportare la sacra immagine nella sesta cappella del duomo; un bell’altare in marmo, su disegno dello Scalza, fu rapidamente costruito, per onorare degnamente la Santa Vergine. A giudizio della Martini, l’opera era finita entro i primi quarant’anni del Seicento. Alla base delle colonne ci sono lo scudo bianco-rosso e il grifo, del comune di Montepulciano, insieme alla sigla dell’Opera. Ai due lati della Madonna vi sono, nelle nicchie, le statue in gesso dei santi Francesco e Bernardo di Chiaravalle, devotissimi della Vergine. Nella finestra soprastante è stata collocata, nel 4° centenario di fondazione della diocesi, (1961), una vetrata rappresentante S. Agnese poliziana.

Settima Cappella di sinistra

E’ dedicata alla Deposizione di Gesù. Il patrocinio era della famiglia Bellarmini, come si rileva da varie visite pastorali. Nella visita del 1696 il vescovo Antonio Cervini menziona esplicitamente il dipinto della Deposizione; il patrono era a quella data Antonio Bellarmini. La tela era forse già in possesso della famiglia, come ipotizza la Martini, o fu comperata appositamente; l’autore è Leandro da Bassano ed è una replica fedele di un dipinto esistente al museo del Louvre.Questo altare, unico in tutta la chiesa, non ha alla base delle colonne gli stemmi patronali, forse perché per molti anni espletò la funzione di altare maggiore, non essendo stata ancora completata la cattedrale; non era opportuno perciò che fosse identificato come altare di una sola famiglia.

Altare Maggiore del Duomo

L’attuale altare maggiore in marmo fu fatto costruire dal vescovo Emilio Giorgi nel 1945, al posto del precedente altare, in finto marmo e risalente al Seicento. Il trittico vi era già stato collocato nel 1888, trasferendolo qui dalla controfacciata della cattedrale. Ecco l’epigrafe che fece porre il Giorgi sul retro dell’altare: «Questo altare marmoreo / a Dio Ottimo Massimo / in onore della B.M. Vergine assunta in cielo / costruito con denaro offerto / Emilio Giorgi vescovo poliziano / il 12 agosto 1945 / consacrò». Ai due lati dell’altare ci sono due statue di marmo, rappresentanti due angeli, parti del Monumento Aragazzi. Ultimamente è stato collocato, sul pilastro a sinistra dell’altare, un bel crocifisso rinascimentale proveniente dalla chiesa di S. Agostino; sul pilastro di destra è murato un piccolo tabernacolo in marmo risalente al XIV secolo: rappresenta in modo schematico la facciata di una chiesa gotica.

Il Trittico di Taddeo Bartolo

La cosa più imponente e di maggior richiamo del duomo è sicuramente il trittico, del senese Taddeo di Bartolo, datata 1401: è la più grande pittura su tavola di tutta la scuola senese. Il trittico è suddiviso in tre parti e coronato da tre tavole cuspidali. In basso c’è una doppia predella, con raffigurazioni della vita di Cristo e, al di sopra, dodici piccole formelle che illustrano episodi del Vecchio Testamento, scelte sicuramente con riferimento alla vita della Madonna. Nei quattro pilastri divisori sono raffigurati i quattro evangelisti ed altri scrittori e dottori della Chiesa.

Per comprendere bene la grande tavola nel suo insieme dobbiamo necessariamente far ricorso ad alcuni scrittori apocrifi, in questo caso le «apocalissi», a cui non di rado gli artisti medievali si ispiravano per comporre le loro opere. Al centro in basso vediamo il sepolcro vuoto di Maria, con intorno gli apostoli che guardano. Al di sopra c’è Maria che sale al cielo e l’apostolo Tommaso, con le braccia alzate, nell’atto di prendere il cingolo, o cintura, che la Vergine lascia cadere per lui. Ci sono una ventina di apocrifi che trattano l’argomento; noi abbiamo utilizzato la variante latina A, del VI secolo d.C. Dice il testo, tradotto in italiano: «Tre giorni prima che (la Vergine Maria) morisse andò da lei l’angelo del Signore e la salutò dicendo: – Salve, Maria, piena di grazia; il Signore è con te… Prendi questa palma che ti manda il Signore… Di qui a tre giorni avrà luogo la tua assunzione –». Non è la solita Annunciazione, ma l’annuncio della sua morte e la palma è un segno di vittoria e un premio. Anche la parte centrale del trittico, con la Madonna che sale al cielo, lasciando cadere il suo cingolo, è spiegata dal suddetto apocrifo: «A sua volta il beato Tommaso… riferì… come la parola di Dio lo avesse trasportato sul monte degli Ulivi dove vide salire al cielo il santissimo corpo della beata Maria e le chiese di dargli una benedizione; e come ella avesse esaudito la sua applica e gli avesse gettato il cordone che la cingeva; e fece vedere il cordone a tutti (gli apostoli)». Questo racconto dettagliato chiarisce bene il significato del trittico, altrimenti incomprensibile. Si può aggiungere che un famoso cingolo è custodito in una teca d’argento, nel duomo di Prato; secondo la tradizione, sarebbe quello lasciato dalla Madonna a S. Tommaso e che fu trasportato più di mille anni dopo a Prato, da un mercante di ritorno dall’oriente. C’è poi una tavola al centro fra le due cuspidi laterali, che raffigura l’Incoronazione della Vergine. Questa pia tradizione di rappresentare la Vergine è molto antica; infatti «agli inizi dell’arte cristiana, in particolare a partire da Ravenna nel V-VI secolo, con i mosaici della Basilica di Sant’Apollinare nuovo troviamo l’effigie di Maria raffigurata già come regina».

Ottava Cappella di destra

La cappella a destra dell’altare maggiore è l’ottava, ed era in origine dedicata a S. Anna. Ne è patrona la famiglia Bracci, il cui stemma è alla base delle colonne. La grande e bella tela, restaurata dalla poliziana Mary Lippi, è copia di un dipinto di Andrea Sacchi, esistente nella chiesa romana di S. Carlo ai Catinari, eseguito da qualche suo allievo. La cappella, divenuta sede del SS.mo Sacramento, fu decorata a colori e chiaroscuro dal milanese Luigi Ademollo negli anni 1840-42. Le pitture rappresentano: al centro della volta, a colori, la discesa della Spirito Santo; a destra, in chiaroscuro, le tavole della legge; a sinistra, in chiaroscuro, Abramo si appresta a sacrificare Isacco; in basso, a destra, il grande affresco della Natività; nella parete opposta, di sinistra, l’affresco dell’Ascensione al cielo; nei medaglioni: a destra, in chiaroscuro, l’arca dell’alleanza – catturata in guerra dai filistei – fa cadere a pezzi la statua del loro dio Dagon; nel medaglione di sinistra, in chiaroscuro, è rappresentato il sacrificio di Melchisedech; all’ingresso della cappella, sui piedritti dell’arco: a destra, la Resurrezione e l’angelo annuncia la Resurrezione alle tre Marie; a sinistra, la cena di Emmaus e Gesù mostra a Tommaso il costato.

Nona Cappella di destra

La cappella fu costruita con il generoso lascito del poliziano Niccolò Parri, «giurista peritissimo» della Curia romana e del Granduca di Toscana, come recitano le lapidi della cappella stessa. La tela dell’altare, firmata e datata Annibale Mazzuoli 1692, rappresenta la Natività, con alcuni santi in basso: sono – si desume dal testamento Parri – da sinistra, S. Girolamo, S. Antilia – patrona di Montepulciano – S. Nicolò di Bari, S. Francesco, S. Liberio, S. Agnese poliziana. Nelle nicchie sono collocate le due statue in gesso di S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista. Al sontuoso altare lavorarono vari membri della famiglia senese Mazzuol. Nella vetrata è raffigurato S. Roberto Bellarmino, teologo e dottore della Chiesa.

Decima Cappella di destra

La cappella è dedicata all’Annunciazione, con la bella tela di Raffaello Vanni; tale pittore ha lasciato alcune opere anche nella chiesa poliziana di S. Agostino. Il patronato era della famiglia Rughesi. Nella vetrata è raffigurato il beato Pangino Benincasa.

Undicesima Cappella di destra

E’ dedicata alla santa poliziana Agnese Segni; ne sono patroni le famiglie Avignonesi e Lorenzini, i cui stemmi uniti sono alla base della colonna sinistra. La tela dell’altare è stata recentemente attribuita ad Annibale Mazzuoli; rappresenta una visione di S. Agnese, desunta dalla sua vita. Tre santi, S. Domenico, S. Agostino e S. Francesco la invitano a salire sulla loro barca, cioè ad entrare nel loro ordine; la Santa sceglie l’ordine domenicano. Una scena analoga, a cui forse si è ispirato il suddetto pittore, è affrescata nel chiostro di S. Agnese, nella lunetta diametralmente opposta all’ingresso del convento. Tale affresco risale a circa cento anni prima della tela del duomo, precisamente al 1603, ed è di Ulisse Giocchi del Monte.

Dodicesima Cappella di destra

Questa cappella è dedicata a S. Giuseppe e alla Sacra Famiglia. Il patronato era delle famiglie Venturi e Rampini. La tela d’altare, secondo Laura Martini, è da attribuire per la parte centrale al pittore senese Giovanni Paolo Pisani, completata nella parte superiore da altro pittore di minor valore. Alla parete destra è appesa una tavola di S.Vincenzo Ferrer, proveniente dalla demolita pieve medievale; è di scuola fiorentina e risale alla seconda metà del 1400. Nell’aureola del Santo si può leggere la scritta: «Timete Deum quia venit hora iudicii eius, (Temete Dio perché è giunta l’ora del suo giudizio)». Alla parete sinistra è appesa una tela che raffigura Cristo in piedi, con la croce, che versa dalla mano destra del sangue in un calice (Effusio sanguinis), proveniente dall’altare della Compagnia del Sacramento, eretta in altra cappella della cattedrale fin dal 1569; è attribuita a Michele di Ridolfo, manierista fiorentino della cerchia del Vasari. Nella vetrata è raffigurato il beato Giacomo del Pecora, religioso domenicano.

Tredicesima Cappella di destra

La cappella è dedicata a S. Gaetano di Thiene, rappresentato nell’atto di ricevere dalla Madonna il Bambino Gesù. Ne è patrona la famiglia Bucelli, come attesta anche il loro stemma alla base della colonna sinistra; nella colonna destra c’è invece lo stemma della famiglia senese d’Elci, legata probabilmente per parentela ai Bucelli. La pittura dell’altare è attribuita ad Annibale Mazzuoli. Nel lato sinistro c’è il sepolcro e il busto in bronzo del vescovo Emilio Giorgi (1933-1964), eseguito poco dopo la sua morte dallo scultore poliziano Giovanni Meloni. A destra, stemma e sepoltura del vescovo Alberto Giglioli (1970-2000). Nella vetrata è raffigurato il beato Giovanni Martinozzi, martirizzato in Egitto nel 1343.

Quattordicesima Cappella di destra

È la cappella del Crocifisso, di cui è ignoto l’autore. Il patrocinio è della famiglia Tarugi. La vetrata, disegnata come tutte le altre dal pittore senese Ioni nel quarto centenario della diocesi, rappresenta il beato Bartolomeo Tarugi. Nella parete sinistra della cappella c’è anche una lapide commemorativa di Cesare Colombi, eroe dell’Indipendenza italiana, morto «nei campi di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848».

L’Annunciazione del Valdambrino

Sulla grande vetrata della facciata, di Fiorenzo Ioni, è raffigurata la Vergine Assunta, contornata da angeli e santi. I santi sono: S. Giovanni Battista, S. Donato, S. Antilia e S. Agnese poliziana, patroni della città e della diocesi. Nei quattro pannelli alla base sono raffigurati Pio IV, che elevò Montepulciano a diocesi, nel 1561, e Giovanni XXIII, papa del IV centenario della diocesi; ai due lati il cardinale Giovanni Ricci, amministratore apostolico e primo pastore della diocesi e Spinello Benci, che gli successe nella responsabilità pastorale nel 1562.

Agli inizi del 2008 sono stati collocati sulla controfacciata del duomo due grandi tele recentemente restaurate, dipinte in origine per S. Biagio e negli anni ’50 sistemati nella chiesa della Stazione di Montepulciano. A sinistra della navata centrale, al di sopra della porta, è stato collocata una Crocifissione, attribuita ad Antonio Circi gnani, detto il Pomarancio. Dell’opera parla la visita pastorale del 1610, al tempo del vescovo Ubaldini. A destra della navata centrale, al di sopra della porta, è stata collocata invece la grande tela di S. Giorgio che uccide il drago, firmato Angelus Righius (Angelo Righi, 1603). Anche quest’opera era stata dipinta per S. Biagio ed era collocata a destra dell’altar maggiore; era stata commissionata dalla famiglia De Nobili. S. Giorgio è raffigurato anche in una statua a destra dell’altar maggiore di quella chiesa, perché il miracolo attribuito alla Madonna di S. Biagio avvenne, per tradizione, nel giorno della festa del Santo cavaliere cristiano.

Volgendo le spalle alla vetrata e incamminandoci per la navata possiamo vedere, nei primi due pilastri a sostegno della volta, due sculture in legno dorato raffiguranti la Vergine annunciata e l’Angelo. Sono attribuite a Francesco di Valdambrino, illustre scultore senese del XIV secolo. Nell’abside, al di sopra del Coro, è collocato il maestoso organo, di Filippo Tronci, costruito fra il 1837 e il 1838. Pervenuto sostanzialmente integro, è ammirato dagli studiosi di tutto il mondo ed è ancora ben funzionante. Sull’occhio della cupola che guarda a sud è stata collocata nel 2007 una bella vetrata moderna di Gino Filippeschi, artista poliziano, raffigura la discesa dello Spirito Santo.

La sacrestia e il tesoro della Cattedrale

Nella sacrestia sono collocati alcuni ritratti di Santi e beati poliziani, fra cui uno notevole di S. Roberto Bellarmino; ad essi si ispirano anche le moderne vetrate della cattedrale. Nella volta c’è una grande tela di S. Agnese che tiene nella mano destra simboli che la identificano e nella sinistra la riproduzione della città di Montepulciano; risale probabilmente alla fine del Seicento, periodo in cui finirono i lavori della cattedrale e del palazzo vescovile.

Nell’attigua sala del Capitolo sono appesi i ritratti di tutti i vescovi poliziani, dal 1561 fino ad oggi, insieme ad altri ritratti di poliziani illustri, fra cui il poeta Agnolo Ambrogini, detto “Il Poliziano” (1452-1492). Nel tesoro, insieme al raffinato busto in argento di S. Antilia, esistono vari altri oggetti di notevole valore artistico, fra cui due candelieri di argento dorato e cristallo di rocca, probabilmente donati alla cattedrale dal cardinale Roberto Ubaldini, vescovo di Montepulciano, al ritorno dalla sua legazione in Francia, nel 1617.

Particolarmente interessante è un reliquiario di rame dorato, del XIV secolo, costituito da 24 finestrelle con anta chiusa da cerniere, montate su un alto piede, anch’esso in rame dorato. Su ogni antina è incisa la testa del santo, di cui all’interno si custodisce la reliquia.

Notes

Notes
1 Ippolito Scalza (Orvieto, 1532 – 1617) : sculpteur et architecte issu d’une famille active dans le monde artistique (ses deux frères étaient également architectes, sculpteurs et mosaïstes). Sa première mention remonte à 1554, alors qu’il assistait Simone Mosca et Raffaello da Montelupo lors des travaux de la cathédrale d’Orvieto. En 1567, il fut promu maître d’œuvre de cette cathédrale, poste qu’il occupa jusqu’à sa mort, supervisant les décorations des chapelles latérales et y créant le groupe de la Pietà. Il est également le concepteur de la cathédrale de Montepulciano, de l’église du Crucifix de Todi, de l’église paroissiale de Ficulle et de l’église paroissiale de Fabro.
2 Excepté une « tamburazione » (*) concernant Iacomo (**), reflet d’une anecdote qui renseigne bien peu sur ses activités artistiques, on ne trouve que de rares documents sur lui et son frère Checco (****), tous deux constructeurs et fils de Meo da Settignano (***).

(*) « Tamburazione » : ce mot étrange et volontairement « pudique » qualifiait le geste consistant à introduire une dénonciation anonyme dans la fente d’un réceptacle appelé « tamburo » (tambour). Ce type de dénonciation anonyme était pris en considération et donnait lieu à une instruction qui jetait nécessairement une lumière crue sur la personne dénoncée et lui faisait du tort, même si la dénonciation se révélait infondée.
(**) Cette « tamburazione » datant du 8 avril 1476 impliquait plusieurs personnages, parmi lesquels un certain Lionardo di Ser Piero da Vinci, que nous reconnaissons aisément, accusés de « soddomitare decto Iacopo et così fo fede ». L’affaire, qui aurait pu avoir des conséquences fâcheuses, en resta là du fait de la présence, parmi les personnes dénoncées, de Lionardo Tornabuoni dit ‘il Teri’, oncle maternel de Laurent le Magnifique.
(***) Amedeo di Francesco da Settignano, dit Meo del Caprina ou Meo da Settignano (Settignano, 1430 – 1501) : architecte issu d’une famille de tailleurs de pierre et de constructeurs. En 1462, il travailla à Rome sur le palais Saint-Marc (Palazzo Venezia). De 1467 à 1470, il travailla à la Loggia delle Benedizioni au Vatican, modifiée ultérieurement à la suite de la rénovation de la basilique. À cette époque, il s’établit comme architecte à Rome et fut appelé à ce titre par le cardinal Domenico della Rovere à Turin pour la construction de la cathédrale (1490-1498).
(****) Parmi ces documents figure une demande de paiement présentée par Checco, laquelle permet d’attester son métier de constructeur de bâtiment.

3 L’original est conservé à la Pinacothèque Crociani.

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